In Italia ci si dispiace sempre per i fatti degli altri, soprattutto per gli altri lontani.
Se gli altri lontani subiscono malefatte da stato o da persone in generale, allora ci logoriamo nel dolore, li comprendiamo e li capiamo, magari ci incazziamo pure e andiamo in giro per blog e siti a sputacchiare la nostra indignazione. Ma se è un nostro vicino a subire la malefatta, siamo capacissimi di dirgli che quella storia ce l'ha raccontata già cento volte e ci siamo rotti.
E' un difetto congenito italiano.
Facce contrite e piene d'amor per il bambino che viene privato del cibo nella scuola dell'obbligo, abolire anche solo il pensiero del povero cucciolo d'uomo preso a pedate morali dalla maestra fascistoide. Che dolor che ci provoca, vero? Più si allunga la strada che ci separa da quel fatto e più ci sentiamo tristi per la piccola vittima, più la strada si accorcia, più abbiamo altro a cui pensare.
In tempo d'elezioni poi, il dolore per l'infanzia maltrattata lievita come il pane, e tutto non è mai doloroso abbastanza per non essere usato come biscottino attira elettori.
Vi voglio raccontare una storiella.
C'erano una volta due bambini che avevano tanti gatti, tanta fantasia, una mamma e una zia.
Vivevano in una casetta diroccata, non godevano né di luce né di acqua calda in bagno e nemmeno della presenza di un papà, ma erano felici perché la mamma provvedeva in tutti i modi al loro benessere e li lasciava liberi di pensare e di sentirsi fantastici. Dopotutto, nessuno aveva mai detto loro che esisteva la parola normalità e che era cosa brutta e cattiva uscire da questa parola, quindi vivevano ritenendosi bambini come gli altri.
Passavano le loro giornate giocando, disegnando, costruendo casette con persiane vecchie, imparando le buone maniere e inventando storie fantastiche.
Un giorno entrarono nella scuola dell'obbligo e tutto cambiò.
Le maestre, che amavano i bimbi e il partito comunista, insegnarono ai fratellini che chi non aveva il padre era un bastardo e che, in quanto tale, non aveva nessun altro diritto se non quello di sentirsi sempre diverso dagli altri.
"Abbiamo due braccia come gli altri", dicevano i fratellini guardandosi l'un l'altro.
"E due gambe. Come gli altri."
"E un naso. Come gli altri."
"E una bocca. Come gli altri."
Più andavano avanti e più non trovavano nulla di diverso dagli altri bambini.
Le maestre, convinte di dover prendere provvedimenti affinché i fratellini capissero che erravano nel sentirsi come gli altri, si affaccendarono alla ricerca di un qualcosa che palesasse ai piccoli il loro livello d'inferiorià rispetto ai compagni, anche se avevano gambe, braccia, nasi e bocche identiche.
"Tu ridi troppo! In castigo!" dissero allora al maschietto.
"Tu non piangi mai! Devi piangere!" dissero alla femminuccia.
Ma anche così, i due piccoli non mostravano di sentirsi diversi dagli altri.
Allora, un giorno, una maestra, vedendo tre bollicine in faccia alla femminuccia, gridò:
"Tigna! Non puoi stare con i tuoi compagni!" E amabilmente la trascinò dal dottore della scuola, senza chiedere il permesso alla mamma.
Dopo la visita, la piccola rimase a casa per tre settimane, perché si temeva il contagio di tigna.
"Semplici bollicine!" disse il medico di famiglia. "La piccola non ha ragione di stare a casa!"
La mamma, quindi, riportò la piccola a scuola. La piccola era felice di tornare tra i compagni. Appena entrò in classe, però, un'onda di gelo le attraversò il corpo: tutti la fissavano terrorizzati. Mentre si preparava a mettersi seduta, la compagna di banco scostò la borsa, il banco e se stessa. E così fecero gli altri.
"Ho due braccia, due gambe, un naso e una bocca. Perché si allontanano?" si domandava la piccola.
Andò avanti così per giorni.
Ad un certo punto, la piccola capì: "Quello che per me è bolla, per loro è tigna. Quello che vedo io, non è quello che hanno fatto vedere a loro".
In questo modo, i due fratellini compresero che avrebbero vissuto tutta la vita da diversi, perché non bastavano due braccia, due gambe, un naso e una bocca per essere uguali al resto del mondo, bisognava avere due occhi come il resto del mondo. E loro, gli occhi, ce li avevano di forma e colore uguali a tanti altri occhi, ma diversi nel contenuto. E tanto bastava.
Questa è una storia vera, ma se la racconto io non vale, perché è la mia storia.
Ora ho 26 anni e nessuno può usarla per fare propaganda, ma io posso usarla per smontare l'aureola creata intorno alla testa delle maestre sinistrate.
Gli occhi diversi li avete voluti voi, ma ora li uso a modo mio.
mercoledì 24 marzo 2010
La differenza è negli occhi
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5 commenti:
Ma quanto veleno hai nel corpo?
Marò, mi hai commosso!
Cmq c'è da dire che adesso per trovare 2 persone con un universo così completo come quello di quei due fratellini hai voglia a cercare!!!!!!!!! Mi dispiace per gli altri, ma adesso uno come me si trova ogni milione!
Vorrei dire ad anonimo (che ovviamente non ci mette il nome, un classico!) che spesso invece sono proprio le persone che hanno fatto una bella vita ad avere veleno in corpo e ad avercela con tutti. Chissà, magari manca loro la terra sotto i piedi.
@Anonimo
Il mio veleno non ammazza nessuno.
@Antomax
Non so perché, ma qualcosa mi dice che questo raccontino ti ricorda qualcosa...o qualcuno. :D :D :D
Vorrei dire ad anonimo (che ovviamente non ci mette il nome, un classico!) che spesso invece sono proprio le persone che hanno fatto una bella vita ad avere veleno in corpo e ad avercela con tutti. Chissà, magari manca loro la terra sotto i piedi.
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