Nata sotto il segno dei pesci

Comincio a rendermi conto di essere in zona elezioni quando ci metto un'ora per capire sotto quale politico si nasconde il bidone dell'immondizia.

Grandi manifesti, grandi slogan, grandi idee, grandi facce di...candidati che hanno un senso dell'elettorato pari a quello di Topo Gigio per la finanza. Ma tant'è, oggi la maggior parte dei politici crede di sapere cosa vuole il popolo. E amen.

In campagna elettorale, chi non ti ha mai nemmeno salutato vuole stringerti la mano e chiederti come stai, e tra una pacca sulla spalla e una promessa di voto si infilano i social, ove filopoliticanti ti mandano inviti a gruppi e pagine per sostenere il candidato di turno.

No no no. NCS. Non ci siamo.


L'assurdo l'ho vissuto due giorni fa, quando un tizio mi ha invitata a scrivere un "bel post" sul suo candidato. Ma  anche no. Ho risposto.

Però, pensandoci bene, di qualcuno potrei parlare. Oggi più di ieri mi sento di dover raccontare la storia di questa persona.
Mia madre.

"Oggi è il compleanno della mia mamma"
"No! Oggi è la festa di tutte le donne!"
"Ma è anche il compleanno della mia mamma..."
"Oggi, tutte le donne compiono gli anni..."
"Mah..."

A scuola era una costante. Ogni volta che annunciavo la data del compleanno di mia madre, la risposta era sempre la stessa. Ad un certo punto ho cominciato a pensare che fosse vietato nascere l'8 Marzo.

Vabbe', comunque oggi è la festa delle donne, e lo sappiamo, ma è anche il compleanno di mia madre (e di qualche miliardo di persone oltre a lei). Invece di parlare bene del politico della salamella o del candidato al posto di caciocavallo, parlo di lei. Così magari 'sti politici capiscono cosa vive il popolo mentre loro fanno diventare i muri della città una pasta sfoglia di manifesti elettorali.

Parlo di lei perché ho il preciso intento di rendere pubblico ciò che le è accaduto esattamente dieci anni fa. Un'esperienza comune a tante altre, niente di esclusivo, perciò sono certa che molti si ritroveranno in questa storia.

Mia madre oggi compie 60 anni, gli ultimi dieci li ha passati con una zavorra al posto del braccio sinistro.
Sì, mia madre non ha più la facoltà di muovere un braccio.
Perché?
Semplice. Perché dieci anni fa  fu colpita da un aneurisma, scambiato dal San Paolo di Civitavecchia per "un tumore grosso come una noce di cocco" (cito testuali parole). Un aneurisma travestito, insomma.

Ma andiamo con ordine.
La suddetta mamma entrò al San Paolo il 25 Maggio del 2000 e ne uscì viva per puro miracolo dopo quasi una settimana di diagnosi, devo dire, molto artistiche.

Cinque giorni in cui alcuni medici giocavano al Totodiagnosi e altrettanti infermieri a "chi le porta la padella per ultimo vince" (naturale sottolineare che non tutti si comportarono in questo modo). Tutto ciò mentre mia madre degenerava sempre di più nella stanzetta numero 3 di Medicina Generale. Devo ripeterlo? Medicina Generale. Ve lo ingrassetto pure: Medicina Generale.

Cinque giorni in cui era difficile capire a chi dare retta, se alla dottoressa che ci consigliava di non sperarci troppo o a chi, dando una veloce sbirciatina alla cartella, pontificava: "Oggi ha questo, domani...chi lo sa".

Mi sembrava di stare al botteghino delle scommesse.
"Ictus è quotato 10 a 1. Scommetti su Ictus?"
"No, me sa che io punto tutto su Tumore."
"Ah, vabbe', io invece me la gioco su Angioma."
"Ma sei sicuro? No, io non vojo rischià: c'ha 50 anni, menopausa, secondo me è un Embolia!"

Ogni giorno c'era una malattia nuova. Intanto io e mio fratello, supportati solo da un paio di vicini di casa, non sapevamo cosa pensare, cosa fare, cosa dire a quella madre che ci stava morendo davanti. Non avevamo un perché, un motivo, una malattia con la quale spiegare ai professori che non potevamo andare a scuola. Niente.
Ad un certo punto, la situazione caracollò. Mia madre accusava mal di testa lancinanti, la comunicazione con lei era pressoché inesistente: la bocca andava per fatti suoi, idem per braccio e gamba.
Eravamo sconvolti e, quel che è peggio, impotenti.

Secondo voi, i medici si resero conto della situazione?
Ovviamente no. Continuavano a descrivere gli avvenimenti con metafore agghiaccianti che facevano tremare anche i muri. Nonostante la  "noce di cocco" (sì, era la metafora più quotata), rimanevano statici, fermi, muffi sull'assurda convinzione che non vi fosse proprio più niente da fare. Fino a quando qualcuno non avanzò l'ipotesi di farla visitare dal neurochirurgo che ogni settimana faceva visita al San Paolo.

Ma se credete che l'arrivo del neurochirurgo non fu motivo di scommessa da parte dello staff del reparto, be', devo dirvi che siete fuori pista. Non persero tempo ad inventare un nuovo stimolante gioco, si chiamava "Indovina quando viene il neurochirurgo". Ci fu anche una variante: "Muore prima o dopo l'arrivo del Neurochirurgo?"

Le regole del gioco: i figli del cavallo dato per morto chiedono ogni giorno per quanto è previsto l'arrivo dello specialista, il dottore o l'infermiere di turno devono dire una data, se indovinano, vincono. Ovviamente, una volta data una data, non possono cambiarla.

"Viene domani"
"No, viene lunedì"
"No, viene martedì"
"No, viene mercoledì"

Ad un certo punto, esasperati da queste continue prese per il culo, io e mio fratello, insieme ad una vicina di casa molto irriverente, conquistammo l'infermieria con la minaccia di chiamare i carabinieri se il neurochirurgo non si fosse presentato il giorno seguente. Ricordo anche un "se non ce la fa, lo andiamo a prendere noi, non ci vuole tanto".

Nemmeno 24 ore dopo, mia madre venne visitata dal neurochirurgo. Tremanti e più spaventati che mai, attendemmo il verdetto nel corridoio del reparto. Vuoto e silenzioso.
Quando si aprì la porta, il dottore ci annunciò che secondo lui era aneurisma e ci rese nota la sua intenzione di portare la paziente a Roma.
Ricordo bene la sua faccia (assomigliava a Giuliano Amato), ricordo ciò che disse chiudendosi dentro l'infermieria: "Avete aspettato troppo". Nessuno potrà mai togliermi il suono di quella frase, del tono di voce con cui il medico romano ghiacciò ogni tentativo di scusa da parte dei suoi colleghi civitavecchiesi.

Mia madre non sarebbe morta, ma per il braccio e la gamba c'erano poche possibilità di riesumazione.

Dopo un paio di giorni venne trasferita al San Camillo di Roma.
Subì un'operazione lunga otto ore. L'aneurisma perse la sua battaglia, ma la guerra era ancora tutta da combattere.

Mia madre era viva e di nuovo lucida. Alla faccia delle noci di cocco e delle speranze nulle.

Uscì dal San Camillo per intraprendere la via della riabilitazione in una struttura romana. Tornò a casa dopo sei mesi dal primo ricovero. Su una sedia a rotelle, ma viva.

Passarono ancora alcuni mesi prima di vederla camminare da sola, ma ce la fece, con una forza che non sono mai riuscita a spiegarmi e che ancora le permette di credere che nonostante tutto la sua vita non è finita.

Dieci anni. Dieci lunghi anni passati a chiederci perché.

Perché, prima di chiamare il neurochirurgo, i medici del San Paolo aspettarono cinque giorni?
Perché, nonostante tutti i chiari segni d'emorragia che presentava mia madre, si optò per la morte?
Perché preferirono giocare al Totodiagnosi piuttosto che ammettere la loro impotenza?

Perché vedendoci soli e impauriti non ci fu una sorta di stimolo a fare ciò che andava fatto?

Non abbiamo mai trovato risposta, ma, non si sa come, da dieci anni paghiamo le scelte sconsiderate fatte da un tot di medici del San Paolo di Civitavecchia.

Non si può pretendere di bastonare una famiglia in questo modo e sperare che non ci siano conseguenze.

Le malattie si accettano, vengono, non ci si può far niente, è la vita. Non mi sono mai chiesta perché a mia madre è venuto un aneurisma dopo un'esistenza di sacrifici, non ho mai inveito contro il destino, ho sempre accettato la malattia come parte dell'esistenza. Tuttavia, quello che non posso fare a meno di chiedermi è se dopo dieci anni la situazione di quel reparto sia in qualche modo migliorata o se, mentre scrivo, altri due ragazzi stanno aspettando una risposta che sistematicamente non arriva. Se sono lì, in piedi davanti a Medicina Generale, si guardano e si chiedono impauriti : "E adesso che facciamo?". Se sanno cosa sta strappando la loro madre alla vita. A loro. Se si vedono sfrecciare davanti medici e infermieri con sospette schedine in mano.*

E chi lo sa.

La mia non è un'accusa al sistema ospedaliero civitavecchiese, perché sono conscia che oggi i dottori si svegliano la mattina con il terrore di tornare a casa accompagnati da una denuncia per negligenza del tutto ingiustificata. Sono consapevole che la maggior parte delle persone pretende dal medico dei miracoli. Lavorare in un ambiente come quello civitavecchiese, dove tutti vogliono avere tutto e subito, dove molti credono di cambiare la situazione facendo polemica, è qualcosa di estremamente impegnativo e stressante. Lo so, me ne rendo conto. Stare a che fare con un civitavecchiese è dura, stare a che fare con un civitavecchiese malato e che si considera già da subito vittima del medico di turno è una tortura, ma questo non riguardava e non riguarda mia madre, né mio fratello, né me, perché noi sappiamo aspettare anche quando è nostro diritto avere qualcosa. Anche allora aspettammo pazienti.

Abbiamo affidato a quei medici la vita di nostra madre e c'è stata restituita a metà, nonostante ci fossero possibilità percorribili per evitare questa invalidità.

Non dovevamo essere noi a spingere i dottori a chiamare il neurochirurgo subito, era compito loro decifrare i segnali che le analisi inviavano. Io e mio fratello ci adoperammo per rispettare la regola del parente: lasciar lavorare i dottori.
Ma abbiamo sbagliato.

Sì, l'errore è stato nostro. Forse eravamo troppo piccoli e ingenui, o forse troppo spaventati.
Per dieci anni ci siamo colpevolizzati di non aver spinto per il traferimento a Roma, ma oggi mi rendo conto che la colpa non può essere solo affidata a noi. In ogni caso, l'abbiamo pagata. Noi.

Ecco, signori politici, di questo ha bisogno il popolo. Di non dover lottare per i propri diritti. Di non sentirsi in colpa perché non ha fatto il pelo al medico incompetente, di non dover essere sempre messo in condizione di graffiare qualcuno per avere ciò che naturalmente gli spetta.
Ma soprattutto, che non ci sia più il malato di serie A e quello di serie B. Dove quello di serie A vola a Roma con l'elicottero, quello di serie B è costretto ad affidarsi alla fortuna o a qualche sfuriata, beccandosi anche del malato di mente.

Non abbiamo bisogno di manifesti con delle facce sorridenti sopra. Di quelli ne avete bisogno voi.

Mia madre oggi compie 60 anni, gli ultimi dieci li ha passati con una zavorra al posto del braccio sinistro.

Stamattina, nella scuola dove lavora, l'ho vista "correre" per aiutare una bambina alla quale usciva un po' di sangue dal naso.

Non ho potuto fare a meno di chiedermi perché non le è stato offerto lo stesso trattamento quando a sanguinare era lei.

Auguri mamma.




*Spero che la metafora venga capita. I dottori non giocavano veramente al Totodiagnosi, ma visti i continui cambi di verdetto, me li immaginavo con le schedine in mano pronti per fare la loro puntata.
Sia chiaro che ho mai visto dottori del San Paolo scommettere sulla vita del paziente...

5 commenti:

Francesco ha detto...

Ho le lacrime agli occhi ... un forte abbraccio a te e a tua mamma.

Moemi ha detto...

Leggendo la tua storia, a parte pensare che l'8 marzo è nata anche la mia cuginetta, mi è venuto in mente che alla fine non cambia niente, nord...sud... magari uno ci spera che in Italia spostandosi si troveranno ospedali migliori... invece a quanto pare non sono solo i pugliesi ad avere il terrore di andare in ospedale visto che sai come entri e non sai come e se esci...

Anonimo ha detto...

Come fai ad essere ironica anche in situazioni simili?

Daniele_veggyver ha detto...

Io penderei questo post, lo stamperei in 10000 copie e lo affiggerei sopra ai cartelloni dei politici!

Sia mai che qualcuno lo leggesse!

Pikadilly ha detto...

Non credo, Daniele, alle persone non importa delle storie degli altri. :(

Grazie a tutti. ;)