In Italia ci si dispiace sempre per i fatti degli altri, soprattutto per gli altri lontani.
Se gli altri lontani subiscono malefatte da stato o da persone in generale, allora ci logoriamo nel dolore, li comprendiamo e li capiamo, magari ci incazziamo pure e andiamo in giro per blog e siti a sputacchiare la nostra indignazione. Ma se è un nostro vicino a subire la malefatta, siamo capacissimi di dirgli che quella storia ce l'ha raccontata già cento volte e ci siamo rotti.
E' un difetto congenito italiano.
Facce contrite e piene d'amor per il bambino che viene privato del cibo nella scuola dell'obbligo, abolire anche solo il pensiero del povero cucciolo d'uomo preso a pedate morali dalla maestra fascistoide. Che dolor che ci provoca, vero? Più si allunga la strada che ci separa da quel fatto e più ci sentiamo tristi per la piccola vittima, più la strada si accorcia, più abbiamo altro a cui pensare.
In tempo d'elezioni poi, il dolore per l'infanzia maltrattata lievita come il pane, e tutto non è mai doloroso abbastanza per non essere usato come biscottino attira elettori.
Vi voglio raccontare una storiella.
mercoledì 24 marzo 2010
5 commentiLa differenza è negli occhi
giovedì 18 marzo 2010
0 commentiQuesta campagna elettorale è un Art Attack!!

Lo so, sembra un racconto del terrore.
"La fanciulla si guardava le spalle. Il vuoto serpeggiava in ogni cosa.
Mentre cercava di vedere oltre il buio della giungla di auto, il Candidato si fiondò su di lei e le strappò dalla testa l'intenzione di votare per il partito nemico.
La giovane cadde a terrà, esanime.
Ma il candidato ebbe ciò che voleva, quindi per lui tutto era bene ciò che finiva con un voto per il suo partito."
Evvai.
No, davvero, ci sarebbe da chiarire una questione: quali legge perversa segue l'affissione dei manifesti? Funziona tipo un'asta? Chi attacca per ultimo vince?
L'altro giorno avrò contato un minimo di venti manifesti attaccati l'uno sull'altro. Pranticamente un'orgia di facce, sorrisi e slogan che alla fine si ammucchiano come panni da stirare: dividere i rossi dai neri diventa una cambogia.
Poi ci sono gli strappi. L'occhio di un candidato sopra la bocca di un altro candidato, le orecchie della candidata di destra, con il naso di quella sinistrata.
Giovanni Mucciaccia direbbe: "Questo è...UN ART ATTACK!"
Veramente.
Alcune volte immagino l'espressione del viso di quelli che passano e strappano. Chissà quanta passione mettono in quello strappo, quanto odio, quanta rassegnazione, quanta immaturità. E chi lo sa.
Di certo ci sono solo loro, le facce dei candidati, che stanno lì sorridenti e ti dicono: "Vota me, perché io sono il più bravo e ti aiuterò quando avrai problemi".
Li guardi e ti chiedi se veramente credono che tutto quel guerrilla manifesto serva a qualcosa.
Poi pesti un presentino di cane, non hai fazzoletti, ti senti solo e abbandonato da tutti.
Aspetta! Tu non sei solo con il tuo problema di suola: lì c'è lui, il Candidato! Ma soprattutto, il suo manifesto...
lunedì 8 marzo 2010
7 commentiNata sotto il segno dei pesci

Grandi manifesti, grandi slogan, grandi idee, grandi facce di...candidati che hanno un senso dell'elettorato pari a quello di Topo Gigio per la finanza. Ma tant'è, oggi la maggior parte dei politici crede di sapere cosa vuole il popolo. E amen.
In campagna elettorale, chi non ti ha mai nemmeno salutato vuole stringerti la mano e chiederti come stai, e tra una pacca sulla spalla e una promessa di voto si infilano i social, ove filopoliticanti ti mandano inviti a gruppi e pagine per sostenere il candidato di turno.
No no no. NCS. Non ci siamo.
L'assurdo l'ho vissuto due giorni fa, quando un tizio mi ha invitata a scrivere un "bel post" sul suo candidato. Ma anche no. Ho risposto.
Però, pensandoci bene, di qualcuno potrei parlare. Oggi più di ieri mi sento di dover raccontare la storia di questa persona.
Mia madre.
"Oggi è il compleanno della mia mamma"
"No! Oggi è la festa di tutte le donne!"
"Ma è anche il compleanno della mia mamma..."
"Oggi, tutte le donne compiono gli anni..."
"Mah..."
A scuola era una costante. Ogni volta che annunciavo la data del compleanno di mia madre, la risposta era sempre la stessa. Ad un certo punto ho cominciato a pensare che fosse vietato nascere l'8 Marzo.
lunedì 1 marzo 2010
2 commentiPiccoli misantropi crescono
Le cose son due: o sto invecchiando velocemente come una banana, o hanno aperto i cancelli di villa Santina.
No, perché stamattina mi sembrava di vedere in giro solo anziani.
Anziana a passeggio con il nipote.
Anziano in bicicletta.
Anziano che sputa sull'auto di un altro anziano amico suo.
Anziano al circolo degli anziani.
Anziana al volante.
Anziano al mercato. Anzi, molti anziani al mercato.
Anziano in biblioteca.
Anziano con maglia e jeans attillati.
Anziana con la pensione in mano.
Anziano che mi ha fischiato.
Anziano che ha preso una borsettata in testa dalla moglie. Anziana pure lei.
Anziano con I-phone.
E così via.
Che Civitavecchia abbia deciso di onorare il suo nome diventando la città per la terza età?
Non lo so, tuttavia, oggi mi sembrava di essere al raduno degli amici del Polident.
Ciò che mi ha totalmente sconvolta, però, è l'aver sentito nel profondo un certo senso d'appartenenza a questa nuova realtà. Sì, un po' come se fossi tornata finalmente in mezzo ai miei simili.
Ne sono felice. Già, come uno gnu invitato a cena dai leoni. Decisamente felice. -___-'
No, perché stamattina mi sembrava di vedere in giro solo anziani.
Anziana a passeggio con il nipote.
Anziano in bicicletta.
Anziano che sputa sull'auto di un altro anziano amico suo.
Anziano al circolo degli anziani.
Anziana al volante.
Anziano al mercato. Anzi, molti anziani al mercato.
Anziano in biblioteca.
Anziano con maglia e jeans attillati.
Anziana con la pensione in mano.
Anziano che mi ha fischiato.
Anziano che ha preso una borsettata in testa dalla moglie. Anziana pure lei.
Anziano con I-phone.
E così via.
Che Civitavecchia abbia deciso di onorare il suo nome diventando la città per la terza età?
Non lo so, tuttavia, oggi mi sembrava di essere al raduno degli amici del Polident.
Ciò che mi ha totalmente sconvolta, però, è l'aver sentito nel profondo un certo senso d'appartenenza a questa nuova realtà. Sì, un po' come se fossi tornata finalmente in mezzo ai miei simili.
Ne sono felice. Già, come uno gnu invitato a cena dai leoni. Decisamente felice. -___-'
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