domenica 22 gennaio 2012

Quelle navi che nessuno saluta più

Civitavecchia in questi giorni è invasa da tecnici specializzati in "Navi da crociera semiaffondate all'isola del Giglio". Sì, è un corso di laurea nuovo, ma nemmeno tanto, si chiama: sottuttoiologia.
Pare tirare più di Scienze della comunicazione.

Che la fauna locale parli della Concordia è pure normale, anche io brucio dalla voglia di discuterne, semplicemente perché per noi discorrere di navi, di porti, di marinai, capitani e roba di mare non è pane quotidiano, è genetica.
Sono la prima ricordare che Civitavecchia non è solo un porto, ma è inutile nascondersi dietro un baffo: Civitavecchia morirebbe senza il suo porto. E noi con lei. O per lo meno io.

In fondo Civitavecchia è stato l'ultimo porto che la Concordia ha visto da viva, quindi noi tutti ci sentiamo un po' come la cena della condannata. :(

Tuttavia non parlerò della Concordia, pace all'anima sua, ma di una nave qualsiasi, una di quelle che entrano ed escono dai porti senza far troppo rumore e che da vecchie vanno a morire lontano lontano.
In verità, più che una storia è un ricordo.

Non ho mai amato le navi da crociera, le ho sempre considerate troppo poco navi e più hotel all inclusive con le pale tra le guance posteriori sui quali non si vive una vera esperienza di navigazione, cosa che per me è importantissima anche quando salgo su un canotto ormeggiato dentro una vasca da bagno.
Sono belle, lussuose, piene di cose, di comodità, di piscine, palestre, luci frizzantine e suppellettili costose... no, 'sta roba non fa per me, io sono più tipo da vecchia nave da lavoro che in gioventù amava la compagnia dei passeggeri e oggi vuole lavorare da sola, trasportare oggetti, finché ce la fa.

Nell'inverno '98 ne conobbi una e me ne innamorai non dico subito, ma quasi, si chiamava Hermaea, era un semplice traghetto ormai dismesso attraccato davanti la Rocca, niente di speciale per il resto del mondo, per me un fascino salato. Non so cosa avesse quella nave di tanto attraente, forse l'aria di chi potrebbe raccontarti il mondo mostrandoti le sue cicatrici, forse la ruggine donata dal tempo o forse il suo ferroso silenzio o anche il modo subdolo con il quale mi aveva presa: era l'unica nave immobile in un porto che cambiava ogni giorno aspetto con il suo andirivieni di traghetti, pescherecci, crociere, barchette poco più grandi di gusci di noci. Lei invece rimaneva sulle sue posizioni, ferma, fiera.

La sera non riusciva mai a mangiarla, le luci si accendevano lungo tutto il suo corpo non appena il sole si defilava dietro l'antimurale, sembravano capire quando era il momento di svegliarsi e poof, eccole, alcune vispe, altre temolanti, altre visibili solo grazie alle sorelle.
Lei appariva sempre vuota, sempre sola, sempre dimenticata. Non ho mai visto umani su quella nave, li  immaginavo persi nelle sue viscere ad operare come umili ma sapienti formiche: gente bruta che conosceva il mare come nemmeno il mare conosce se stesso.

Ed io puntualmente mi affacciavo dalla Passeggiata e la spiavo, contavo le rughe immaginandola in un giorno di tanto tempo fa, quando le riservavano le banchine d'onore in tutti i porti che visitava.
Qualche volta mi avvicinavo, ma mai troppo, in fondo sapevo che non era vuota, quindi mi tenevo a distanza per non essere sgridata, ma volevo toccarla, sentire se le batteva il cuore o se respirava. Non l'ho mai fatto.

Non so quanti sogni ho lasciato camminare sui suoi ponti, tra cui anche quello di salirci, di sporcarmi con il suo grasso, di prendermi cura del suo nome quasi spento, di spezzare il mare con lei, di dire "Io lavoro sulla Hermaea". Volevo fare parte di quella nave dimenticata che nessuno salutava più, ma che se ne stava lì nelle retrovie, come lo ero stata io per tutta la vita: cedere di buon grado il palco a navi più scintillanti di noi senza sentirci derubate dell'attenzione o del pubblico, ma perfette nei nostri panni, nel nostro ruolo, nella nostra ombra in cui avevamo tutto l'indispensabile per sentirci vive.

Le mie amiche ammiravano attrici, cantanti, ballerine, io ammiravo una nave.

Pensavo non si sarebbe mossa da Civitavecchia vista la ruggine che le scendeva dagli occhi: dove sarebbe potuta andare, poverina? Era così tremendamente abbattuta dal tempo che, ne ero sicura, non avrebbe mai più tirato su l'ancora, troppo pensante per lei. E invece una sera partì e il giorno dopo al suo posto trovai un peschereccio.
Mi aveva smentito, ce l'aveva fatta a tirare su l'ancora e ad andarsene: una nave così non va mai data per scontata.

Ogni sera controllavo la banchina sicura di ritrovarla lì, prima o poi. Andai fino all'ultima banchina papabile per quel tipo di nave, ma niente.
Non è più tornata.
Ci rimasi male? No, perché la preferivo in mezzo al mare piuttosto che incatenata ad un porto: le navi crepano senza avere un'orizzonte da raggiungere.

Ieri, però, cercando notizie in rete ho saputo che nel '98 era già in pensione e di lì a poco qualcuno le avrebbe anche cambiato nome (Hermae), per poi ucciderla due anni dopo in sud Corea.. :(

L'Hermaea non ha reclamato il suo posto in nessun mito, è morta come tante navi che il mare non è riuscito ad inghiottire, ma che a quanto pare non si meritano un ricordo più profondo di quelle che si lasciano affogare.
Silenziosa e pallida come una vecchia e stanca signora che se ne va in silenzio nella notte e non ti concede nemmeno il tempo di salutarla.


8 commenti:

Anonimo ha detto...

Che poesia Pika... :-)

Marina

Tiziano Stefani ha detto...

meno pungente ma più poetica del solito Pika, me gusta questa vena romantica che traspare...

Anonimo ha detto...

Una bella storia, grazie

Gianni Every Salsa ha detto...

Stupendoso articolo !!!

Arquen ha detto...

Mentre leggevo mi è venuto naturale ispirare, come per provare a sentire l'odore del mare. :)

Pikadilly ha detto...

Grazieeeeeee so much. :*


 ogni tanto capita anche a me, ma dura poco. ;)

Pikadilly ha detto...

E grazie, poi saldiamo il conto a casa. :D

Pikadilly ha detto...

Il profumo più famoso del mondo, altro che Chanel n°5. :)

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